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giovedì, 21 giugno 2012 13:44

Costi della salute: un fenomeno complesso

La settimana scorsa Eurosalus si è soffermato su un dato statistico importante come elemento per interpretare la complessa e non facile realtà in cui viviamo. Si tratta dei 9 milioni di italiani che, secondo il Censis, sono costretti dalle difficoltà economiche a rinunciare alle cure di cui abbiano bisogno. E' un dato grave, non solo perché si tratta di quasi un sesto della popolazione (60 milioni di cittadini), ma più in assoluto perché la rinuncia di anche solo una persona a investire il denaro necessario per soddisfare un'esigenza basilare dell'uomo è segnale che qualcosa non funziona per il verso giusto.

Uno dei primi passaggi da compiere per la comprensione del fenomeno, piuttosto preoccupante, è il suo inquadramento storico. Da questo punto di vista, assistiamo in Italia a una tendenza già registrata non pochi anni fa negli Stati Uniti (il che, pur con tutte le cautele del caso, ci fa inevitabilmente temere il nostro avvicinamento ad un sistema sanitario molto discusso e criticato). Proprio agli Usa, infatti, Eurosalus ha dedicato un'inchiesta partendo dai costi sempre più alti delle medicine, con il 28% degli americani che allora non aveva abbastanza denaro per pagarsi le cure.

L'analisi è proseguita poi con un approfondimento sulla condizione particolare del ceto medio, la categoria sociale più colpita dal fenomeno. E con alcune considerazioni sul tema dei costi dei farmaci, centrale della definizione della disponibilità economica di ciascuno nei riguardi della propria salute. Un articolo in cui si rilevava, tra l'altro, come già da noi il problema si profilasse nel 2006, quando emergeva come un farmaco di fascia A – quindi spesso rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale – uscisse dalla fabbrica al prezzo più conveniente in Europa e poi, sul bancone, risultava il più caro di tutti. E come, sempre in quell'anno, l'aumento dei prezzi al pubblico rispetto all'anno prima fosse stato del 10,8%.

Non un fenomeno nuovo, insomma. Ma sicuramente complesso, in cui l'interesse economico gioca inevitabilmente un ruolo centrale. Esemplari, da questo punto di vista, i rilievi emersi nel constatare la scomparsa dal mercato di molti farmaci a basso costo, tra i quali i preziosi salvavita. E, per cogliere un altro aspetto essenziale del tema, la tendenza a una prescrizione sempre maggiore da parte del medico. Lo rilevava nel 2007 l'Independent, parlando per la Gran Bretagna di un aumento di ricette del 27% in cinque anni.

Capire se tanta crescita sia giustificata o meno significa comprendere l'efficacia della propria spesa per la salute e individuare sentieri di risparmio laddove possibili. Uno può essere quello omeopatico: secondo uno studio effettuato in Inghilterra su 100 pazienti assistiti da un medico di medicina generale, l'utilizzo dell'omeopatia come terapia di prima scelta comporta una riduzione dei costi (Jain A et al. Does homeopathy reduce the cost of conventional drug prescribing? A study of comparative prescribing costs in general practice. Br. Homeopathic J 2003; 92: 71-76). Un altro, infine, riguarda il carico fiscale sul farmaco. Come ha rilevato Claudia Gurschler (ad Boiron Italia), l'Iva su tutti i medicinali in Italia è del 10%, mentre in Francia varia da un minimo del 2,1% a un massimo del 5,5%. Qui la scelta, ovviamente, non è individuale ma politica. Seguir l'esempio francese sarebbe una scelta coraggiosa.

Censis  Economia  Salute  Cura 

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