Attilio Speciani
Allergologo e Immunologo Clinico
La “vaccinazione” iposensibilizzante (quella cioè “antiallergica”) è uno degli strumenti attraverso cui si può agire dall'esterno sul sistema immunitario per indurre tolleranza. Quella a bassa dose, che noi utilizziamo nel trattamento delle allergie alimentari ritardate e in molte allergie respiratorie è uno dei sistemi di terapia più interessanti e innovativi degli ultimi anni.
In pratica, una volta stabilita la concentrazione di sostanza alimentare o respiratoria individualmente utile per ciascuno, oppure stabilito come progredire dalla concentrazione più bassa a quella più alta, in accordo con alcune delle tecniche più recenti, si inizia la somministarzione quotidiana del rimedio per consentire il recupero della tolleranza (vedi video).
Attraverso la quantità di allergene e la modalità con cui l'allergene entra in contatto con il sistema immunitario si possono ottenere effetti diversi. Se le alte dosi di allergene creano una sorta di “annegamento e paralisi” del sistema, cioè bloccano la reazione, ma solo nei confronti di quell'allergene, senza intervenire sulle sue cause, le basse dosi determinano invece una differente regolazione delle cellule che comandano la partenza della reazione.
Questo significa che sono in grado di prevenire efficacemente le manifestazioni allergiche acute e di favorire la rieducazione dell'organismo alla tolleranza nei confronti dell'ambiente circostante e degli allergeni corresponsabili dei sintomi allergici.
Secondo alcuni studi, infatti, appare chiaro che l'eliminazione totale o parziale dell'esposizione all'allergene porta a un peggioramento, invece che a un miglioramento della patologia.
Nella pratica clinica, l'allergologia ha sempre mosso i suoi passi verso l'induzione di tolleranza ad alta dose (high dose tolerance), occupandosi poco della tolleranza a basso dosaggio (low dose tolerance). Alcuni recenti lavori hanno però evidenziato che questo tipo di intervento, in particolare in associazione con una dieta studiata su base immunologica può rappresentare un'arma formidabile per intervenire nella regolazione del sistema immunitario.
È noto che l'immunoterapia specifica ad alto dosaggio nei confronti degli allergeni alimentari può essere estremamente rischiosa per qualsiasi soggetto allergico.
La possibilità di agire attraverso una induzione di tolleranza “a bassa dose” rende invece percorribile la strada della iposensibilizzazione in modo assai più agevole, e ormai sono sempre più numerose le esperienze di trattamento di forme allergiche anche gravi con questo tipo di modalità.
Per mezzo di un test DRIA non solo si può individuare la dose di desensibilizzazione idonea al singolo soggetto, ma si può addirittura cercare una dose particolare (dose di neutralizzazione) che consenta di inibire le reazioni autoimmuni, allergiche o comunque di ipersensibilità anche verso antigeni diversi, presenti nello stesso soggetto.
Questo tipo di meccanismo si è potuto verificare nella iposensibilizzazione a basso dosaggio sia nei confronti di alimenti, sia nei confronti di allergeni respiratori.
Nel primo caso si è verificato che la somministrazione di una diluizione di un antigene alimentare (ad esempio uovo) provocava la scomparsa di una reattività anche verso alcune altre sostanze (in genere grasse) come la lecitina di soia o gli oli di semi.
Nel secondo caso si è visto che soggetti poliallergici respiratori (ad esempio a betulla e graminacee), iniziavano un trattamento iposensibilizzante alla betulla, e proseguivano con lo stesso tipo di trattamento anche durante la stagione delle graminacee, ottenendo ottimi risultati di controllo della sintomatologia.
In questo caso l'azione ipotizzabile dal punto di vista scientifico, essendo sicuramente trascorsa la stagione delle betulle, è quella della inibizione “accessoria” su altri antigeni similari (come nel caso di una possibile connessione tra i grassi comuni a diversi alimenti) o anche del tutto differenti.
Questa modalità di modulazione immunitaria riveste già oggi e sicuramente rivestirà in futuro un'importanza estrema.
Recenti lavori scientifici (tra i quali vale la pena di segnalare quelli svolti da Attilio Speciani, Marco Fumagalli e Giampiero Patriarca) hanno confermato che l'uso di questo trattamento ha portato a significativi miglioramenti anche in situazioni cliniche come la dermatite da contatto dovuta al solfato di nichel (quella che spesso affligge i parrucchieri per contatto professionale, o tipica di chi ha reazioni agli orecchini da bigiotteria).
Il trattamento, consente fra l'altro una dieta più variata e un contatto più libero con gli oggetti che contengono questa sostanza estremamente diffusa. Si tratta quindi di uno strumento versatile e privo di rischi che può e deve entrare a fare parte del bagaglio di conoscenze dell'allergologo e del medico di medicina generale, in piena rispondenza alla necessità oggi esistente di ampliare e diversificare le forme di terapia delle allergie.
Benché la terapia iposensibilizzante sia stata utilizzata fin qui soprattutto per allergie e intolleranze, già dal congresso della New York Academy of Sciences sulla tolleranza orale, tenutosi nel marzo 1995 a New York, si sono aperte nuove prospettive sulle possibilità applicative di questo strumento, soprattutto nel campo delle patologie autoimmuni, dell'artrite reumatoide, della sclerosi multipla, del diabete e così via.
Si tratta di patologie in cui fino ad oggi si è ragionato quasi esclusivamente in termini di trattamento con cortisonici, con immunosoppressori o con farmaci di elevata tossicità come la ciclosporina.
Nel momento in cui si identificano nuove possibili strade di modulazione immunitaria, attraverso meccanismi semplici di trattamento e sicuramente molto meno a rischio di effetti tossici o collaterali indesiderati, si opera un salto qualitativo enorme.
Grazie a questo salto qualitativo è possibile che in futuro si possano prevenire o curare in modo molto più “morbido” ed efficace patologie che fino ad oggi incutono solo angoscia e timore.
Quando si reagisce al contatto o all'introduzione di alimenti, conservanti o allergeni respiratori, come abbiamo visto, queste stesse sostanze, somministrate in particolari concentrazioni, riescono a svolgere un'azione di “neutralizzazione” della reazione allergica.
La concentrazione capace di svolgere un'azione protettiva nei confronti dell'assunzione o del contatto con la sostanza che determina l'ipersensibilità, come abbiamo detto, viene identificata nel corso del test DRIA. Questa preparazione, detta “dose di neutralizzazione”, induce una tolleranza immunitaria sovente immediata nei confronti della sostanza che determina l'ipersensibilità.
La dose di neutralizzazione è diversa da persona a persona, quindi strettamente individuale. Le preparazioni relative sono sempre in capsule di cellulosa microcristallina e i pazienti le possono acquistare in farmacia su prescrizione medica ripetibile. Tali preparati costituiscono il presidio terapeutico da affiancare al trattamento dietetico per un certo numero di mesi, sempre che il medico responsabile lo ritenga appropriato.
Un esempio classico di trattamento riguarda l'ipersensibilità al frumento e al latte. Oggi è abbastanza facile indicare una dieta di controllo del latte per un bambino (anche le mense scolastiche sono spesso preparate a gestirla). Così, per un bambino intollerante a frumento e latte, si preferisce in genere impostare la dieta solo sui latticini e contemporaneamente utilizzare il “vaccino” per il frumento, onde evitare di escludere dalla dieta quest'ultimo e i cibi correlati
Tra le possibilità operative del test DRIA, va segnalata la possibilità di impostare una iposensibilizzazione a bassa dose anche nei confronti di allergeni respiratori classici (oltre che alimentari).
In questi casi, attraverso il test DRIA si può identificare un dosaggio ponderale di sostanza o di allergene che, impiegato terapeuticamente, può contribuire a ripristinare la tolleranza immunologica nei confronti dell'allergene.
Situazioni analoghe si verificano nel caso di persone affette, ad esempio, da rinocongiuntivite e/o asma controllabile terapeuticamente con sostanze farmacologiche.
L'uso di queste preparazioni nei confronti degli acari o dei miceti (quindi di allergeni perenni) ha dato conto di risultati molto importanti nelle patologie infiammatorie respiratorie croniche.
La stessa cosa avviene ad esempio per il nichel: persone con una dermatite importante da nichel (sia da contatto locale, sia da ingestione) possono beneficiare (come documentato nei lavori proposti sia a Berlino 2001 sia a Birmingham 1998, in occasione dei congressi europei di allergologia) di un dosaggio tollerogeno che consente spesso la risoluzione del problema o il suo controllo.
Nei confronti di alimenti, il bambino o l'adulto con una sintomatologia da allergia ad esempio alla lattoalbumina, che ha occasionalmente mangiato un gelato contenente impurità di latte, o che utilizza del prosciutto cotto senza avere patito reazioni anafilattiche, può individuare la propria preparazione tollerogena iposensibilizzante e usarla come supporto terapeutico al recupero della tolleranza alimentare.
Sicuramente invece non può e non deve essere provata o testata, al di fuori di ambienti controllati, qualsiasi preparazione, che contenga ad esempio uovo o arachide, in soggetti che hanno alti valori di IgE specifici (anche se non sappiamo il tipo di affinità esistente) e che dopo una reazione anafilattica evidente non hanno mai più reintrodotto quel cibo nell'alimentazione.
La scelta terapeutica e le impostazioni tollerogene in quel caso, pur possibili, non possono essere standardizzate, ma sono di assoluta competenza e responsabilità dello specialista che prende in carico la persona allergica.
Si può dire che la pratica clinica di oggi è nata dalla considerazione (già attiva negli anni '80) delle allergopatie come disturbi di regolazione globale, e ha consentito pertanto di muoversi attraverso l'uso di tecniche e preparati a questo indirizzati.
In più, dati scientifici recentissimi confermano oggi questo tipo di concezione e aprono ulteriori nuove strade applicative per il trattamento dei fenomeni allergici e per il riequilibrio della tolleranza sia nei confronti degli alimenti sia degli allergeni respiratori.
La possibilità di integrare i diversi tipi di conoscenza esistente (analitica ed olistica) in modo equilibrato consente oggi potenzialità operative precedentemente impensabili.
Quando esistano una o più intolleranze alimentari, il trattamento iposensibilizzante viene seguito, con assunzioni quotidiane per via orale a casa propria, per un periodo che varia tra i 2 e i 12 mesi, secondo il parere del medico.
Per fare qualche esempio, l'iposensibilizzazione al nichel dura in genere 6-12 mesi. Per alcuni alimenti i tempi variano tra 3 e 12 mesi. Per gli allergeni respiratori (per esempio per le graminacee) la terapia è solitamente stagionale (con inizio 2-3 mesi prima della pollinazione e termine alla fine della stessa), ma una buona percentuale di individui sembra rispondere bene anche all'uso contestuale alla pollinazione. In caso di allergeni perenni (quali acari, muffe, candida), l'uso può anche essere continuato nel tempo. Tuttavia, in un'elevata percentuale di casi, dopo 12-18 mesi di trattamento si tenta in genere la sospensione della terapia, valutandone gli effetti.
Interessantissimo è inoltre l'uso del preparato omeopatico Histaminum che, nelle diverse diluizioni individuali, consente un'azione di controllo degli effetti dell'istamina (sostanza infiammante che si sviluppa in un'allergia o in una intolleranza).
Il trattamento con Histaminum può essere iniziato in qualsiasi fase dell'anno, da solo o in associazione. Talvolta l'uso di questa semplice ma importantissima preparazione consente di gestire senza problemi una dieta più permissiva, o di controllare i sintomi infiammatori, accelerando il recupero della tolleranza.
Allergologo e Immunologo Clinico

COMMENTI