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Siamo quello che mangiamo di Igor Principe

All you can eat!: incultura alimentare

Concedetemi oggi di partire da un'esperienza personale. Nell'estate del 2004 ho fatto un viaggio negli Stati Uniti, scoprendo che New York non è solo la città che non dorme mai, ma anche quella in cui puoi mangiare sempre e ovunque. In alcuni tratti di strada - non pochi - ho calcolato che su due esercizi commerciali uno era di tipo gastronomico, dal ristorante di livello al più economico dei fast food. Quelli che più mi sorprendevano erano gli All you can eat: pagando 10,99 dollari potevi mettere nel piatto tutto ciò che più ti piacesse e mangiarne fino a saziartene completamente. Unica condizione: non dovevi avanzare nulla, pena un supplemento di prezzo pari alla metà dell'importo.

Per chi fosse obbligato dal portafoglio a far di quei luoghi la fonte della propria nutrizione, una "multa" del 50% del conto non era poca cosa. Ma per i turisti, normalmente sereni nella disponibilità economica, quei 5 dollari in più in caso di avanzi non erano una gran spesa. Sicché ho visto non pochi, e non americani, abbuffarsi di pietanze di ogni tipo e, esaurita la possibilità fisica di infilare nello stomaco anche uno spillo di cibo, lasciare alimenti nel piatto con noncuranza. Non è stato un bel vedere.

Oggi leggo che un quotidiano francese, Le Parisien, riporta con una certa enfasi che alcuni ristoranti All you can eat hanno stabilito la "multa" per arginare la frequenza con cui i clienti lasciano avanzi nel piatto. Ho sorriso, pensando quanto sia una "non notizia" non tanto per un americano, quanto anche per noi italiani. Quel tipo di ristorante è infatti diffuso anche nel nostro paese, e pressoché ovunque è presente la regola del supplemento. Una regola giusta, perché ogni forma di spreco alimentare va osteggiata. Tuttavia, non riesco a fare a meno di pensare che sia proprio quella formula di ristorazione a essere sbagliata.

Sulle prime è facile cadere nell'entusiasmo di un'esigenza naturale: mangiare molto, pagare poco. Ma è un entusiasmo dannoso, anzitutto perché spinge a gareggiare con il proprio organismo testandone la resistenza all'ingozzo (con il risultato, nel migliore dei casi, di una digestione complicata); poi perché priva il cibo del proprio valore e del piacere che vi è collegato. Uscire a cena è un'esperienza culturale, perché è di solito l'occasione di gustare qualcosa che non fa parte della quotidianità, inserendolo in una progressione ragionata di portate. Che senso ha, invece, mangiare tutto quello che puoi unendo magari i gamberi fritti al pollo impanato, o i ravioli panna e prosciutto alle linguine alle vongole?

Si tratta, credo, di forme di incultura alimentare. Aggravata, se possibile. Molti dei ristoranti che li propongono sono infatti orientali. L'idea che passa è semplice: così si mangia in Asia. Che non sia così è ovvio (così come non lo è per gli americani che si nutrono di soli hamburger), ma diventa difficile farlo emergere.

Redazione Eurosalus

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